DISCIPLINE


KRAV MAGA METODO MILITARE

Il Krav maga è il sistema ufficiale di combattimento usato dalle forze israeliane (IDF – Israeli Defense Force) dalla polizia, dai servizi di sicurezza israeliani, da alcuni reparti della polizia degli Stati Uniti e in molti paesi europei, oltre a molti civili in tutto il mondo.

Il Krav Maga è un sistema di combattimento che si è sviluppato e raffinato durante gli anni dei conflitti. Dà risalto alla facilità e semplicità delle tecniche, che sono state esaminate e studiate durante scontri reali e scontri simulati, in questo sistema non vi è nulla di superfluo o estetico.

Il Krav Maga è diviso in due parti:

  • la difesa personale è la parte fondamentale del Krav Maga, gli allievi imparano a reagire ad aggressioni, evitare di essere feriti, difendersi rapidamente dagli aggressori. Le difese sono rivolte ad una vasta varietà di attacchi: pugni, calci, prese, immobilizzazioni, eccetera; così come difese da più aggressori, anche armati. Gli allievi applicano i princìpi e le tecniche del Krav Maga anche in circostanze avverse e “scomode”, come da seduti, con poca libertà di movimento, in luoghi con scarsa illuminazione, o sotto sforzo.
  • il combattimento corpo a corpo costituisce la fase più avanzata e specializzata e insegna come neutralizzare rapidamente ed efficacemente un avversario.  Comprende elementi di lotta legati alla realtà operativa: tattiche, combinazioni potenti, attacchi e difese psicologiche per addestrare non solo fisicamente gli allievi, ma anche per infondere loro una disciplina mentale specifica, atta a rinforzare lo spirito e a sviluppare la capacità di occuparsi di situazioni stressanti senza sforzo.

Il Krav Maga non è un’arte marziale: questo sistema non si basa su metodiche tradizionali, è un sistema caratterizzato da un metodo logico rigoroso e sviluppa tecniche facili e pratiche, che sono caratterizzate da movimenti semplici del corpo umano. Il Krav Maga non include regole e limitazioni, di conseguenza non vi sono concorsi o gare: è destinato a rimanere solo un sistema realistico di combattimento.

Consulta qui i nostri programmi di addestramento.

 

JU JITSU – JU CONTACT

Il Jūjitsu (柔術) è un’arte marziale giapponese il cui nome deriva da , o “jiu” secondo una traslitterazione più antica, (“flessibile”, “cedevole”, “morbido”) e jutsu (“arte”, “tecnica”, “pratica”). Veniva talvolta chiamato anche taijutsu (arti del corpo) oppure yawara (sinonimo di ). Il Jūjutsu era praticato dai bushi (guerrieri), che se ne servivano per giungere all’annientamento fisico dei propri avversari, provocandone anche la morte, a mani nude o con armi.

Il Jūjutsu è un’arte di difesa personale che basa i suoi principi sulle radici del nome originale giapponese: Hey yo shin kore do, ovvero “Il morbido vince il duro”. In molte arti marziali, oltre all’equilibrio del corpo, conta molto anche la forza di cui si dispone. Nel Jujitsu, invece, la forza della quale si necessita proviene proprio dall’avversario. Più si cerca di colpire forte, maggiore sarà la forza che si ritorcerà contro. Il principio, quindi, sta nell’applicare una determinata tecnica proprio nell’ultimo istante dell’attacco subito, con morbidezza e cedevolezza, in modo che l’avversario non si accorga di una difesa e trovi, davanti a sé, il vuoto.

Oggi è praticato in numerosi paesi del mondo, con organizzazioni anche di carattere internazionale. In Italia la FIJLKAM Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali, possiede al suo interno un settore dedicato, sebbene esistano organizzazioni di carattere privato o promozionale (AICS, ACSI, UISP, AIJJ, ecc.) in cui il Jūjutsu è ben sviluppato. Particolare rilievo assume l’Associazione Italiana Ju-Jitsu e Discipline Affini (AIJJ & DA), in quanto unica federazione sportiva italiana di Ju-Jitsu, internazionalmente riconosciuta dalla federazione sportiva JJIF (Ju-Jitsu International Federation), a sua volta riconosciuta dal GAISF (General Association of International Sports Federations) [1] e dal IWGA (International World Games Association).

Nel mondo esistono molte Scuole e Federazioni che praticano Ju Jitsu; proprio per questo il governo giapponese ha da tempo istituito un Ente, il Dai Nippon Butokukai (Sala delle virtù marziali del grande Giappone), con la funzione di salvaguardare le arti marziali Tradizionali Giapponesi dal “possibile attacco sferrato dalla modernità e dall’avidità umana”. Questo Ente certifica l’effettivo collegamento tra il passato e il presente di una Scuola tradizionale, conservandone documenti e quant’altro risulti utile a certificarne l’autenticità.

KARATE

Karate (空手, Karate) è un’arte marziale nata nelle Isole Ryukyu, (oggi Okinawa), in Giappone. Fu sviluppato dai metodi di combattimento indigeni chiamati: te (手, letteralmente: “mano vuota”) e dal kenpō cinese. Prevede la difesa a mani nude, senza l’ausilio di armi, anche se la pratica del Kobudo di Okinawa, che prevede l’ausilio delle armi tradizionali (Bo, Tonfa, Sai, Nunchaku, Kama), è strettamente collegata alla pratica del Karate. Attualmente viene praticato in versione sportiva (privato della sua componente marziale e finalizzata ai risultati competitivi tipici dell’agonismo occidentale) e in versione arte marziale tradizionale per difesa personale. Nel passato era studiato e praticato solo da uomini, ma col passare dei secoli anche le donne si sono avvicinate a questa disciplina.

Il Karate fu sviluppato nel Regno delle Ryūkyū prima della sua annessione al Giappone nel XIX secolo. Fu portato sul continente giapponese durante il periodo degli scambi culturali fra i nipponici e gli abitanti delle Ryukyu. Nel 1922 il Ministero dell’Educazione Giapponese invitò Gichin Funakoshi a Tokyo per una dimostrazione di karate. Nel 1924 l’Università Keio istituì in Giappone il primo club universitario di Karate, e nel 1932 tutte le maggiori università avevano i loro club. In un’epoca di crescente militarismo giapponese, il nome fu modificato da mano cinese (唐手, mano cinese) a mano vuota (空手, mano vuota)– che in entrambi i modi viene pronunciato karate – ad indicare che i nipponici svilupparono una forma di combattimento di stile giapponese. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Okinawa divenne un importante sito militare statunitense, ed il Karate popolare tra i soldati stanziati sulle isole.

Shigeru Egami, capo istruttore del Dojo Shotokan, riteneva che “la maggior parte dei sostenitori del karate nei Paesi oltre mare vedeva questa disciplina solo come una tecnica di combattimento. Film e televisione rappresentavano il karate come un modo “misterioso” di combattere, capace di causare la morte o il ferimento dell’avversario con un singolo colpo. I mass media lo rappresentavano come una pseudo arte lontana dalla realtà.” Shōshin Nagamine scrisse: “Il Karate può essere considerato come una lotta con se stessi, o come una maratona lunga tutta la vita che può essere vinta solo attraverso l’autodisciplina, il duro allenamento e i propri sforzi creativi.”

Nato come arte marziale per il combattimento e l’autodifesa, con il tempo il karate si è trasformato in filosofia di vita, in impegno costante di ricerca del proprio equilibrio, in insegnamento a “combattere senza combattere”, a diventare forti modellando il carattere, guadagnando consapevolezza e gusto nella vita, imparando la capacità di sorridere nelle avversità e di lavorare con determinazione e nel rispetto degli altri. Solo quando questo insegnamento verrà compreso appieno, sostengono i suoi estimatori, l’allievo potrà essere veramente libero e realizzato.

 

MMA – MIXED MARTIAL ARTS

Con il termine arti marziali miste (abbreviato spesso in MMA, acronimo del termine inglese Mixed martial arts, e a volte impropriamente chiamate free fight, no holds barred o vale tudo) si indica uno sport da combattimento a contatto pieno il cui regolamento consente l’utilizzo sia di tecniche di percussione (cioè calci, pugni, gomitate e ginocchiate), sia di tecniche di lotta (come proiezioni, leve e strangolamenti). Una competizione di MMA inizia con il combattimento in piedi che può proseguire a terra e gli atleti possono vincere ai punti, per KO o per sottomissione (cioè costringendo l’avversario alla resa tramite leva o strangolamento). Gli atleti di MMA, in genere, si allenano per il combattimento in piedi nella muay thai, nel pugilato e nella lotta libera, e per il combattimento a terra nel grappling e nel brazilian jiu jitsu No-Gi.

Il termine deriva dal fatto che il formato è concepito all’origine come punto di confronto fra differenti discipline; ma nel corso degli anni, adattando le tecniche di ognuna al nuovo scenario, combinando stili diversi fra loro e studiando strategie funzionali al contesto di questo sport, secondo alcuni giudizi le arti marziali miste avrebbero imboccato un loro sentiero per cui si starebbero evolvendo verso uno stile a sé stante. In genere chi compete nelle gare professionistiche di MMA si è comunque specializzato in qualche sport da combattimento particolare, che pratica di base regolarmente o che ha appreso per focalizzare quel tipo di scontro all’interno di un match di arti marziali miste.

Attualmente esistono nel mondo diverse organizzazioni di MMA professionistiche la più famosa delle quali è l’americana Ultimate Fighting Championship (UFC). L’unica Federazione Internazionale riconosciuta dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale) che gestisce le MMA e il grappling è la FILA che in Italia per le MMA e il grappling è rappresentata dalla Federazione Italiana Grappling MMA (FIGMMA). In Italia il CONI ha riconosciuto e autorizzato in via esclusiva la FIJLKAM-FIGMMA a disciplinare e gestire lo sport delle MMA.

Il termine non va confuso con le arti marziali ibride, nonostante il concetto di fondo sia simile e sia frequente nel circuito delle MMA che gli atleti combinino la pratica e la conoscenza di vari particolari sport da combattimento per ottenere una combinazione flessibile di stili (“cross-training”).

 KICK BOXING

La kickboxing è nata in Giappone negli anni sessanta. In quel periodo le uniche forme di combattimento a contatto pieno erano il full contact karate, il muay thai thailandese, il Sambo russo, il taekwondo coreano, il karate contact ed il sanda cinese.

I giapponesi iniziarono a organizzare gare di karate a contatto pieno (karate full contact). Questo genere di combattimenti stava acquisendo interesse sempre maggiore finché negli anni ’70, alcuni maestri di arti marziali provarono a sperimentare una nuova formula unendo le tecniche di pugno del pugilato alle tecniche di calcio del karate e nacque così il Full Contact Karate.

Tuttavia vi fu una certa confusione dei nomi e degli stili, anche in virtù del fatto che nel Full Contact Karate si colpisce con i calci, dal busto in su, mentre nella kickboxing giapponese si potevano dare calci anche alle gambe.

A cavallo tra gli anni ottanta e gli anni novanta con il termine kickboxing spopolò negli Stati Uniti una forma di full contact karate dove gli atleti vestivano dei lunghi e larghi pantaloni e delle apposite scarpe, ed inizialmente era vietato colpire con calci portati sotto la cintura; tra i più importanti enti ed organizzazioni vi erano WKA ed ISKA.

Successivamente, sempre in Giappone, nel 1993, venne organizzato un torneo chiamato K-1, in cui “K” sta per Karate, Kempo e Kickboxing. In questo torneo le regole sono quelle della kickboxing, ma sono valide anche le ginocchiate senza presa e i pugni saltati e girati. Lo scopo era mettere sullo stesso ring atleti di diverse arti marziali e sport da combattimento e che avesse un regolamento sportivo che permetteva loro di confrontarsi.

Visti i capitali elevatissimi e l’entusiasmo enorme dei giapponesi, in questi avvenimenti, il K-1 (diviso in due tornei: il K-1 World Grand Prix, riservato ai pesi massimi e il K-1 MAX, riservato alla categoria dei pesi medi) divenne il più importante torneo al mondo. Il termine “K-1″ ha assunto attualmente l’accezione di uno sport da combattimento a sé stante, benché vi partecipano atleti provenienti dal muay thai, dalla kickboxing o da altri sport simili; il regolamento del torneo è chiamato K-1 Style.

Tecniche[

Come già accennato, la kickboxing prevede l’utilizzo di tecniche di pugno e di calcio. Le principali sono riportate di seguito:

Tecniche di pugno[

Le tecniche di pugno utilizzate nella kickboxing sono le stesse del pugilato occidentale: diretti, ganci, montanti e combinazioni dei tre:

  • diretto: colpo sferrato stendendo completamente il braccio in avanti, a colpire il volto o il busto dell’avversario. È un pugno fondamentale, e viene portato sfruttando la torsione della gamba d’appoggio, della schiena e delle spalle
  • gancio: pugno sferrato mantenendo il braccio piegato, ad uncino, ruotando la spalla
  • montante: colpo sferrato dal basso verso l’alto, a cercare solitamente il mento dell’avversario, anche se può essere diretto anche al busto o all’addome.

Diretto

 

Gancio

 

Montante

Tecniche di calcio

Esistono diverse tecniche di calcio nella kickboxing; di queste alcune vengono considerate fondamentali, altre sono varianti o tecniche speciali che possono essere utilizzate in combattimento. Le tecniche fondamentali di gamba utilizzate nella kickboxing sono:

  • calcio frontale: sferrato portando la gamba al petto e poi stendendola in avanti, per colpire con l’avampiede, o più raramente, il tallone.
  • calcio laterale: simile al calcio frontale ma sferrato da posizione laterale, ruotando la gamba d’appoggio di 90º e andando a colpire con l’altra utilizzando il taglio del piede.
  • calcio circolare o rotante: sferrato muovendo la gamba con una traiettoria -appunto- circolare, colpendo con la tibia o con la monta del piede. Viene realizzato torcendo tutto il corpo, a partire dal piede d’appoggio che, nell’esecuzione, ruota di 90º in avanti nella direzione del movimento. Può essere diretto alle gambe dell’avversario, e si parla in questo caso di low kick, al fianco (calcio medio o middle kick) infine al volto (calcio alto o high kick).
  • calcio girato:sferrato girando il corpo di 360 gradi.
  • calcio incrociato (crescent kick): la gamba compie un movimento laterale ascendente a colpire il volto.
  • calcio ad ascia (axe kick): il movimento è opposto a quello del crescent kick e il piede cade dall’alto verso il basso e lateralmente, usato solitamente per aprire la guardia avversaria.
  • calcio ad uncino (hook kick): consiste nel colpire con una traiettoria di rientro effettuando una rotazione di 90° (il colpo va dato con la pianta piede oppure con il tallone).

Esistono anche altre tipologie di calci tra cui i “calci ruotati” , in cui la gamba svolge una rotazione di 360 gradi sferrando alla fine il calcio; i “calci ad elevazione” (o saltati) , in cui contemporaneo a un salto sferri il calcio; i “calci ruotati saltati”.

Calcio frontale

 

Calcio laterale(nell’immagine in incontro)

 

Calcio semi circolare

 

Calcio circolare

Nella versione americana della kickboxing, quella proveniente dall’American Full contact karate, si sono sviluppate tre formule fondamentali: il Semi-contact, il Light-contact e il Full-contact. Successivamente si sono sviluppate le discipline della Low-kick e della Kick-light. Per sfruttare al meglio il regolamento, negli anni la tecnica che caratterizza ognuna di queste versioni si è evoluta tanto da rendere completamente diversa l’impostazione e la preparazione degli atleti che la praticano. Per esempio la guardia laterale tipica del semi-contact è considerata pericolosa e da evitare nel full-contact.

Discipline[

La kickboxing prevede sei differenti discipline che possono essere disputate su tatami (in questo caso si parla di contatto leggero) oppure sul ring (contatto pieno).

Discipline da tatami[

Point Fighthing[

Il point-fighting, che significa “combattimento a punti”, è una formula della kickboxing che prevede un combattimento non continuato a punti.

È tra le cinque discipline quella che più si avvicina al karate, di cui questo sport è diretto discendente quando questa disciplina era denominata “karate contact” e quando W.A.K.Onon stava per(World Association of Kickboxing Organizations) ma bensì era la sigla per “World All Styles Karate Organization”. Infatti come nel karate il combattimento prevede che i due atleti si sfidino sul tatami (a differenza del full-contact dove è previsto un ring), e consiste in combattimenti “al punto” (cioè ad ogni azione valida il combattimento viene fermato e viene assegnato il punto). Altro elemento in comune con il karate, è l’utilizzo delle cinture (dalla bianca alla nera) che graduano gli atleti in base alla loro esperienza.

I due atleti combattono su di un tatami di forma quadrata che ha area 8×8 (è tuttavia possibile che in determinate competizioni il tatami misuri 6×6). Gli arbitri che dirigono l’incontro sono tre e si mettono sui lati esterni del quadrato di gara in modo da non interferire nel combattimento, fuori dal quadrato viene posizionato un banco sul quale saranno esposti il tabellone segnapunti e il timer.

Il combattimento varia a seconda delle manifestazioni, ma solitamente dura due round di due minuti ciascuno, e consiste nel colpire prima dell’avversario in una delle zone “legali” del corpo dell’avversario (quindi nel tronco e nella testa, escludendo colpi ai genitali, alle gambe, al collo e ai reni).

L’incontro inizia con il “saluto” dei due avversari (provenendo da un’arte marziale il vi è l’obbligo del rispetto dell’avversario) e con l’arbitro che darà il via con il termine “fight”; al termine del “stop” l’arbitro di gara interrompe momentaneamente il combattimento e consultanto gli altri due giudici di gara assegna il punto ad uno dei due contendenti (può essere assegnato anche ad entrambi nel caso in cui siano andati a segno contemporaneamente)

I punti in base ai seguenti criteri:

  • Tecnica di pugno al corpo: 1 punto
  • Tecnica di pugno alla testa: 1 punto
  • Tecnica di pugno in volo: 1 punto
  • Tecnica di calcio al corpo: 1 punto
  • Tecnica di calcio alla testa: 2 punti
  • Tecnica di calcio al corpo in volo: 2 punti
  • Tecnica di calcio alla testa in volo: 3 punti
  • Tecnica di spazzata seguendo il senso articolare della gamba colpita facendo cadere l’avversario: 1 punto

Durante il combattimento ogni atleta dovrà essere munito delle seguenti protezioni obbligatorie:

  • guanti a mano aperta
  • parastinchi
  • calzari
  • paradenti
  • gomitiere
  • paraseno (solo per le donne)
  • conchiglia (obbligatoria per gli uomini e facoltativa per le donne)

A differenza delle altre discipline nel point-fighting non vi è praticamente mai l’utilizzo dei “ganci” e dei “montanti” in quanto difficili da eseguirsi senza essere prima colpiti, mentre vengono predilette tutte le tecniche di calcio. Una tecnica tipica del point fighting è il “blitz”, che consiste in un attacco improvviso andando a finire “addosso” all’avversario, tecniche impossibili da utilizzare nelle altre discipline della kickboxing perché poco utile specialmente in caso di contatto pieno. Poiché il contatto deve essere necessariamente limitato o controllato, richiede soprattutto doti specifiche di rapidità, reattività, prontezza e velocità, richiedendo più una preparazione atletica che una vera preparazione sulla forza. Il point fighting, facendo un paragone con altri sport, potrebbe essere definito come la “scherma” della kickboxing.

Light-contact[

Il Light-contact, che letteralmente significa “contatto leggero”, ma è inteso anche come “contatto controllato” ed è una formula della kickboxing che prevede un combattimento continuato a punti.

Come nel point fighting, il contatto deve essere necessariamente limitato o controllato, e privilegia soprattutto le doti specifiche di esecuzione tecnica e di pulizia dei colpi che vanno eseguiti con scioltezza e velocità, privilegiando la tecnica alla forza.

I due atleti combattono su di un tatami, ma a differenza del point fighting sono liberi di muoversi sul quadrato di gara a loro piacimento, e senza che l’arbitro interrompa il combattimento dopo l’esecuzione di una tecnica portata a segno.

Il combattimento dura due o tre round da due minuti a seconda del tipo di competizione nazionale o internazionale e i due atleti, combattono in posizione di guardia frontale o semifrontale uno dall’altro, possono trovarsi anche a distanza molto stretta e colpirsi a vicenda con le varie tecniche di pugno e di calcio previste.

L’arbitro di gara può fermare l’incontro solo in caso di “break”, quando cioè gli atleti si trovano in clinch e vanno distanziati, oppure in caso di richiamo per eccessivo contatto, scorrettezze o uscita dal quadrato di gara: le uscite comportano una sottrazione di un punto fino alla quarta uscita dal tatami dove l’atleta viene squalificato, stesso discorso con i richiami (il primo richiamo però non comporta decurtazione di punti).

Oltre all’arbitro centrale, vi sono tre giudici di gara che servendosi di un cartellino come nel contatto pieno sommano i punti totalizzati, e assegnano la vittoria. Da poco è stato inserito il sistema easy scoring, dei tabelloni elettronici dove i giudici assegnano i punti con un mouse dedicato, in questo modo si ha la visione effettiva sui monitor dell’andamento dell’incontro.

Poiché nel light-contact non è previsto il K.O., la vittoria è perseguibile soltanto accumulando più punti dell’avversario e in caso di parità decidono si ha la decisione arbitrale di preferenza, nel caso si utilizzo del sistema easy scoring sarà direttamente il sistema a decretare il vincitore.

Kick-light[

Esiste infine una versione del light-contact, definita Kick Light, che aggiunge alla tradizionale formula del light-contact la possibilità di colpire con i low kick, cioè con i calci circolari bassi nella parte interna o esterna del quadricipite: l’unico tipo di calcio che si può eseguire al di sotto della cintura.

La differenza con il tradizionale light-contact è che nella kick light le distanze si accorciano ulteriormente e l’atleta necessita di una prontezza e di una mobilità maggiore per evitare i pericolosissimi calci portati sotto la cintura e sferrati nella coscia, che naturalmente danno punti.

Discipline da Ring[

Full-contact[

German Open 2010

Il Full-contact, che significa “contatto pieno”, e universalmente riconosciuta come la “formula principe” di questo sport. Nato negli USA come variante del Full contact karate, in Europa e nel mondo si distaccò ben presto dall’aspetto marziale, unì subito il pugilato alle tecniche di calcio e diventò con gli anni lo sport da ring per eccellenza.

Prevede un combattimento continuato a pieno contatto e infatti, a differenza del semi-contact e del light-contact, i colpi vanno portati con forza e potenza, privilegiando appunto la forza e l’incisività, unita a stile e precisione.

Nel full-contact, la preparazione fisica degli atleti è molto più importante che nel semi-contact e nel light-contact, perché diversamente da questi, è consentita la vittoria del match anche via Knock-out (K.O.), cioè quando un combattente subisce un colpo tale da rendergli impossibile il proseguire dell’incontro.

I due atleti combattono esclusivamente su un ring da boxe e sono liberi di muoversi sul quadrato di gara a loro piacimento. Il combattimento è suddiviso in round (che possono essere dai tre ai cinque, oppure anche dai dieci ai dodici, a seconda delle federazioni o dell’importanza della competizione) da due minuti. I colpi devono essere portati nel tronco e al volto, sono quindi esclusi i colpi al di sotto della cintura.

Come per il light-contact, c’è un arbitro centrale e altri tre di giuria che assegnano i punti. Se l’incontro dura fino al termine delle riprese stabilite e non vi è stato il K.O. o l’interruzione per intervento del medico di bordo ring, allora la vittoria viene stabilita in base ai punti.

Questa formula ha molte analogie con la preparazione tecnica e atletica della boxe: infatti l’atleta deve prepararsi secondo un ferreo programma di allenamento dal punto di vista atletico e agonistico e perfezionare la precisione dell’impostazione, dei movimenti e della guardia (come nella boxe) che sono di fondamentale importanza durante il match. Inoltre, come per il light-contact, i colpi di calcio e di pugno vanno eseguiti con precisione tecnica e dovizia di perfezione, aggiungendo però una maggiore dose di forza e potenza poiché, a differenza del light, i colpi nel full devono per forza “fare male”.

Low-kick

Esiste una versione del full-contact, definita Low-Kick, che per l’appunto aggiunge alla tradizionale formula del full-contact la possibilità di colpire con i low kick, cioè con i calci circolari bassi nella parte interna o esterna del quadricipite.

K1 Rules[]ata nei primi anni novanta dall’omonimo torneo che aveva come scopo principale quella di far affrontare atleti provenienti da diverse arti marziale (come KarateMuay thaiTaekwondo) con un regolamento che fosse valido per tutti i tipi di stile.

È considerata la disclipina più completa di tutte in quando è possibile colpire con tutti i pugni della boxe come il diretto (jab), il gancio (hook), il montante (uppercut) ed inoltre è consentito il pugno-girato (spinning-back) tirato col dorso della mano, con tutti i tipi di calcio (compresi i low-kick) ed inoltre è possibile colpire anche con le ginocchia (si può colpire con qualsiasi parte del ginocchio, in tutti i bersagli consentiti, importante in caso di clinch è dare una sola ginocchiata e poi lasciare l’avversario). Non sono consentite le proiezioni (tuttavia è possibile afferrare la gamba dell’avversario ed entro pochissimi secondi spazzare sulla gamba di appoggio).

La grande spettacolarità ha fatto si che nascessero molte federazioni che organizzassero tornei con il regolamento del k1 (la più grande attualmente è il Glory), e molti atleti professionisti che combattessero con l’utilizzo di questa diciplina come Giorgio PetrosyanRaymond DanielsMirko Cro CopGökhan SakiRico Verhoeven e Badr Hari

KARATE  KOKIUSCHIN

Kyokushinkai o Kyokushin Karate (“Via della verità” o “Verità assoluta” - Kyokushinkai significa letteralmente “Associazione per l’estrema verità”) è uno stile di Karate fondato dal maestro Masutatsu Ōyama ufficialmente nel 1961 in occasione dell’apertura di un dojo a Los Angeles, sebbene Oyama fosse noto anche fuori dei confini del Giappone, e in particolare negli Stati Uniti, già dagli anni cinquanta.

Ispirato al Confucianesimo e alla filosofia Zen, questo stile di Karate rappresenta la sintesi delle esperienze del maestro Oyama, che sin da giovanissimo si è dedicato alle arti marziali praticando il Judo e la boxe. Determinante per la sua formazione la frequentazione del dojo di Gichin Funakoshi, futuro fondatore del Karate Shotokan, presso l’università Takushoku, dove inizia a studiare con dedizione il Karate di Okinawa. Tra le esperienze del fondatore del Kyokushinkai si segnala inoltre il biennio nella Butokukai, l’accademia formativa dell’Arma Imperiale Giapponese specializzata in guerriglia, spionaggio e combattimento a mani nude.

Lo stile Kyokushin si basa su una severa disciplina e un allenamento particolarmente rigoroso anche perché in gara si prevede il contatto pieno e nessuna protezione, sebbene siano vietati i pugni al volto[1]. I gradi di abilità sono distinti con vari colori delle cinture che gli allievi indossando su una divisa, rigorosamente bianca, e sono nell’ordine: bianca, arancione, blu, gialla, verde, marrone e nera.

L’associazione “Karate Kyokushinkai” conta oggi migliaia di allievi, con scuole sparse in tutto il mondo[senza fonte], e ha sede principale a Tokyo; al vertice dell’organizzazione il maestro Kancho Shokei Matsui, che ha sostituito Oyama dopo la sua morte. L’organizzazione risulta comunque divisa perché altri illustri allievi ritengono di essere i veri eredi dello stile di Oyama.

Oyama nacque a Gimje il 27 luglio 1923 nella regione di Il-Loong, in Corea, durante il lungo periodo di occupazione giapponese; sin da giovane si appassiona al combattimento sia in prima persona che come spettatore. Nel 1938 emigrò in Giappone, dove studiò il Karate di Okinawa sotto la guida di Gichin Funakoshi, conquistando il secondo dan. Successivamente Oyama si allenò sotto Yoshida Kotaro, un famoso maestro di Daito-ryu Aiki-jujutsu/Yanagi-ryu Aiki-jujutsu, dal quale ha ricevuto un’antica forma di grado: menkyo kaiden - un rotolo di carta che significa “dominio” – da Kotaro. Questo rotolo di carta si trova ancora in mostra presso l’Honbu Dojo di Tokyo.

Lo scopo era quello di sviluppare una forma di Karate che sapesse contrapporsi al Kung Fu e al Taekwondo al fine di ridare dignità allo spirito nipponico, già pesantemente provato dal dopoguerra. Ispirato al Confucianesimo e alla filosofia Zen, il Kyokushin era dunque, nella mente e nelle intenzioni del suo fondatore, un laboratorio dove dovevano confluire le tecniche più efficaci prodotte dalle varie arti marziali e sport da combattimento da lui studiate: dal Karate al Pugilato, dal Kung Fu al Taekwondo, dal Judo all’Aikido.

Negli anni immediatamente successivi all’esordio la durezza degli allenamenti promossa sotto Oyama divenne proverbiale e non era infrequente assistere quotidianamente a incidenti come naso e denti rotti, svenimenti eccetera: se da un lato questo alimentava il mito del “karate più forte al mondo”, dall’altro ne impediva una reale diffusione di massa. Serviva quindi una soluzione, che Oyama trovò nel bandire i pugni al viso nel regolamento di gara; così facendo si evitarono gli incidenti più diffusi, ma si ebbe anche un effetto collaterale: quella che infatti doveva essere nelle intenzioni di Oyama un intelligente strumento di diffusione si trasformò negli anni a venire in un enorme limite, soprattutto nelle occasioni di confronto con altre arte marziali e sport da combattimento che iniziarono a spopolare negli anni novanta.

Con l’intenzione di ripristinare l’onore perduto del Kyokushin il maestro Hatsuo Royama, uno dei più illuminati allievi di Oyama, fondò la Kyokushin-kai International, unica organizzazione di Kyokushin giapponese a promuovere la pratica di combattimento con pugni al viso, lotta in piedi e a terra. Bandendo l’eccessiva commercializzazione, Royama intendeva ripristinare lo spirito antico del Kyokushin tradizionale preservando l’incolumità fisica del praticante e coltivandone al tempo stesso la formazione spirituale.

È importante sottolineare che concettualmente il Kyokushin Karate, così come ideato da Oyama, prevede l’uso di proiezioni a terra dell’avversario (derivazione dal Judo), leve articolari (Aikido e Jujitsu), pugni al viso nel kihon geiko (boxe) e altro ancora. Anche se apparentemente poco contemplate nel tradizionale allenamento quotidiano nei vari dojo, tali tecniche sono tanto frequentemente quanto inconsapevolmente allenate da ogni praticante in una forma “esoterica”, cioè in modo nascosto alla vista più superficiale dell’osservatore esterno così come del praticante inesperto o del principiante. È quindi errato ritenere che a tutt’oggi il Kyokushin Karate sia uno stile ormai datato o incompleto sebbene tale conoscenza superiore è, purtroppo o per fortuna, appannaggio di una minoranza di praticanti molto esperti.

Tecniche e addestramento[modifica | modifica wikitesto]

L’addestramento del Kyokushin consiste di tre elementi principali: le tecniche di base, le forme e il combattimento. Questi sono individuati come “le tre K”: il Kihon (tecniche di base), il Kata (forme o combattimento immaginario contro uno o più avversari) e il Kumite (combattimento).

Tecniche di base (Kihon geiko)[modifica | modifica wikitesto]

Il sistema del Kyokushin è basato sul karate tradizionale come lo Shotokan e il Gōjū-ryū ma incorpora molti elementi degli sport da combattimento e da altre arti marziali come pugilato e Taekwondo nel Kumite.

In questa forma di karate l’istruttore e tutti i suoi studenti devono prendere parte a un duro combattimento preparandosi per un pieno contatto. Diversamente dalle altre forme di karate, il Kyokushin pone ampia enfasi sul combattimento a contatto pieno che viene svolto a mani nude e senza protezioni (ad eccezione dei genitali/inguine). In fase di allenamento e/o preparazione a gare e tornei è previsto, in taluni casi o specifiche situazioni, l’uso di guanti e di attrezzatura protettiva. Questa apparente violenza si smorza in quanto non sono permessi pugni al viso degli avversari, puntando comunque a ridurre la possibilità di un danno serio; ginocchiate e calci alla testa e al volto sono invece permessi, diversamente dai pugni ciò è permesso perché Oyama capì, negli anni, che è proporzionalmente molto più difficile e arduo colpire un avversario in gara con un calcio piuttosto che con le mani e questo costringe l’atleta ad un allenamento molto impegnativo affinché sviluppi tali capacità di velocità, non solo nella semplice esecuzione di una o più tecniche di calcio ma nell’apprendere il giusto spostamento e la giusta distanza rispetto all’avversario per poter mettere a segno la tecnica in una condizione estremamente dinamica

Il Kyokushin, come alcuni stili di Karate tradizionali, è uno stile ispirato al concetto taoista di circolo: comincia in un punto e termina in un cerchio; è proprio questo il significato del simbolo stesso della Kyokushinkai, il Kanku (観空), in opposizione al karate Shotokan, che è ritenuto uno stile lineare e più vicino al Gōjū-ryū, un altro stile quasi sempre circolare. Sebbene Oyama avesse appreso il Karate studiando lo stile Shotokan è quando, dopo pochi anni, passa al Gōjū-ryū che ottiene l’idea di fondare una sua scuola (quindi un nuovo stile): questa sua esperienza è riflessa nel Kyokushin, dove il primo addestramento assomiglia allo Shotokan ma gradualmente diviene più vicino alle tecniche circolari e alle strategie del Gōjū-ryū.

Combattimento (Kumite)[

Il combattimento, chiamato Kumite, è usato per applicare le varie tecniche all’interno di una situazione di lotta. Il combattimento è un’importante parte dell’addestramento nelle tante organizzazioni di Kyokushin, specialmente ai livelli superiori e solitamente con gli studenti esperti.

Oltre a questi tre fattori principali è bene sottolineare che il kyokushin è basato su altri elementi distintivi, rispetto agli stili più tradizionali, come il marcato e rigoroso addestramento fisico e l’allenamento al sacco o ai colpitori, che costituiscono elementi imprescindibili per il praticante di tale stile al pari del Kihon e del Kumite.

Nelle maggiori organizzazioni di Kyokushin colpire con la mano e con il gomito alla testa e al collo è proibito; nonostante questo i calci alla testa, i colpi di ginocchio, i pugni e i calci, così come i colpi di gomito e i colpi a mano aperta alla parte superiore del tronco e calci all’interno ed all’esterno della gamba, sono consentiti. In alcune organizzazioni guanti e paratibie sono portati, specialmente fuori di un ambiente di torneo. I bambini portano il caschetto per ridurre l’impatto dei calci sulla testa. La velocità e il controllo sono fondamentali nel combattimento e in un ambiente di addestramento non vi è l’intenzione di ferire il proprio avversario quanto di eseguire con successo il colpo corretto.

In un combattimento da gara dove è previsto il KO le regole sono significativamente diverse perché l’obiettivo è di abbattere l’avversario. Nel Kyokushin l’ultima e più estrema prova è il combattimento contro cento uomini (Hyakunin Kumite) che viene svolto, ai nostri giorni, solitamente in un solo giorno. La tradizione vuole che questa estrema prova di spirito nacque dopo che Oyama affrontò trecento uomini, gran parte (se non tutti) suoi allievi, per tre giorni consecutivi, fin quando nessuno di loro fu più in grado di sostenere il combattimento. Reputando eccessivamente dura e difficilmente ripetibile la prova in tali termini, Oyama ritenne dunque che essa dovesse rappresentare il test definitivo per coloro che raggiungono nel Kyokushin i livelli massimi.

Tipologie di combattimento[

Jissen Kumite (combattimento sportivo)[

È la tipologia di combattimento tipica del Kyokushin attualmente praticata nelle maggior parte delle competizioni sportive. Si tratta di un combattimento a contatto pieno dove è possibile colpire l’avversario con tecniche di pugno nudo al corpo (dunque non al viso), di calcio (su tutto il corpo) e di ginocchio (senza clinch).

Sogu Kumite (combattimento tradizionale)[modifica | modifica wikitesto]

Il Sogu Kumite vuole ricreare quello che nel tempo è andato perduto ovvero la prova di spirito, coraggio e forza che aveva dato al Kyokushin la fama di uno degli stili di Karate più forti e letali esistenti: l’atleta di Kyokushin-kan deve essere infatti un Budoka completo in grado di confrontarsi con i praticanti di qualsiasi arte marziale.

Il combattimento prevede tecniche di pugno (anche al viso), calci (su tutto il bersaglio), proiezioni, leve e strangolamenti. Nel regolamento agonistico per dilettanti si utilizzano guantini, paratibie, conchiglia, paradenti e caschetto protettivo (con o senza grata). I professionisti combattono invece con guantini, conchiglia e paradenti.

Autodifesa[

Anche conosciuto come Goshin-jutsu, le specifiche tecniche di autodifesa unite alla strategia derivano dagli studi di Oyama nel Daitō-ryū Aiki-jūjutsu sotto Kōtarō Yoshida. Queste tecniche non furono mai inserite nel sistema di classificazione formale e il Kyokushin crebbe orientato come sport, mentre l’addestramento all’autodifesa cominciò a cadere nell’oblio. Oggi viene praticata solamente in un numero limitato di Dojo.

Il Kyokushinkai oggi[

Esisteva una sola organizzazione sotto il controllo della fondatore Oyama, ma dopo la sua morte questa si divise e si formarono vari gruppi, ognuno dei quali si proclamava rappresentante dell’Honbu originale. Le varie altre organizzazioni sono scaturite dal Kyokushin e hanno insegnato tecniche simili ma usando nomi diversi. Anche numerosi dojo sparsi per il mondo affermano di insegnare un curriculum di Kyokushin senza collegamento formale all’organizzazione. Anche se difficile da quantificare, si pensa che il numero di studenti e istruttori coinvolti in tutto il mondo nell’imparare o insegnare lo stile o una delle sue variazioni vicine è significativo e si conta nei milioni. La vedova di Oyama morì nel giugno 2006 dopo una lunga malattia e secondo il sistema legale giapponese il custode della proprietà intellettuale di Oyama e lascito è la più giovane delle sue figlie, Kikuko (detta anche Kuristina), che ora dirige l’IKO Hombu.

Gradi
10º kyu Arancione JokkyuIl colore delle cinture tra origine dal Judo così come l’addestramento in ‘gi’ o più correttamente, in giapponese, ‘dōgi’. Nel Kyokushin l’ordine delle cinture è il seguente:

9º kyu Arancione + Kyuku

8º kyu Blu Hachikyu

7º kyu Blu + Nanakyu

6º kyu Gialla Rokukyu

5º kyu Gialla + Gokyu

4º kyu Verde Yonkyu

3º kyu Verde + Sankyu

2º kyu Marrone Nikyu

1º kyu Marrone + Ikkyu

Ogni cintura colorata prevede due livelli, con il secondo indicato mediante una striscia sulla medesima cintura. La cintura bianca, comunque, non rappresenta un livello e serve solamente per tenere il ‘gi’ a posto. In altre parole la cintura bianca è usata da principianti ancora non classificati. A partire dalla cintura nera, invece, la classificazione avviene tramite i dan e non più i kyu.

Esistono molte idee su come si codificarono i colori delle cinture, qualcuna più romantica di altre. Una storia afferma che agli studenti di una scuola di Karate veniva data una cintura bianca e, a seguito dell’uso, le cinture degli allievi si sarebbero gradualmente macchiate di scuro ed eventualmente una persona che era di un livello elevato e che si era addestrata per molto tempo ne avrebbe quindi avuta una nera/marrone/sporca. Questo è un modo per incoraggiare gli studenti ad addestrarsi più duramente e avrebbe la sua base, in verità, nel fatto che chi pratica arti marziali, come regola generale, non lavi la cintura dopo essersi allenato. Anche se non esiste prova assoluta di questo, così come non c’è alcuna regola rigida secondo i giapponesi, l’idea che la cintura contenga lo spirito di addestramento e la fatica di anni è intrisa sicuramente di un’aria romantica in Oriente così come in Occidente ma ha molto più che una base di verità, e chiare origini, soprattutto in Oriente. La tradizione di lavare solo lievemente la cintura è basata più probabilmente sulla motivazione pratica che perdono il loro colore se lavate spesso (invece che con l’allenamento, come previsto) e comunque per ovvie motivazioni di natura igienica.

Influenza sugli altri stili con contatto pieno[

Il Kyokushin ha avuto una grande influenza su altri stili, i quali ne hanno adottato le modalità di competizione (è consentito il pieno contatto dalla cintura in su - Full contact karate). Questi stili sono chiamati stili di atterramento o stili di karate da K.O. .